In una redazione che pullula di entusiasmo per lo sbarco di Lewis Hamilton in Ferrari, vi è anche chi la pensa diversamente. Il nostro Gianluigi Mazza ha infatti utilizzato le righe seguenti per spiegare il suo punto di vista sull’unione fra due identità profondamente differenti. È su un piano non tanto tecnico-sportivo, quanto simbolico-culturale, che si dispiega la sua preoccupazione: una Ferrari subalterna, lontana da sé, che per inaugurare un “nuovo inizio” cessa di esprimere la forza autonoma del proprio “essere” ed inizia ad inseguire goffamente vie e modelli altrui.

Smalti­ta la sbor­nia del grande annun­cio, inizia ad aprir­si lo spazio del­la rif­les­sione e nel­l’oc­cu­pare questo spazio è obbli­ga­to­rio con­statare un dato di fat­to: l’en­tu­si­as­mo ritrova­to di un popo­lo, quel­lo fer­rarista, nuo­va­mente in fer­men­to dopo anni, molti, in cui, fat­ta eccezione per sin­gole epi­fanie di inter­ruzione del “con­tin­u­um stori­co”, abbi­amo potu­to rin­trac­cia­re nel­la delu­sione lo sta­to d’an­i­mo fon­da­men­tale, che, più di ogni altro, ha accom­pa­g­na­to ques­ta comu­nità a par­tire dal 2008.

Alle volte, la delu­sione, veni­va orig­i­na­ta dal­lo sfu­mare di opere sen­tite prossime al com­pi­men­to — come i tre Mon­di­ali per­si con Mas­sa, Alon­so e Vet­tel, o il pri­mo volto, quel­lo pri­maver­ile del vici­no 2022 — altre, invece, dal dis­in­can­to deposi­ta­to su sta­gioni dal­l’aria palus­tre, prive di sper­an­za, mas­si­ma­mente rap­p­re­sen­tate, forse, dal sec­on­do volto, quel­lo plumbeo del 2022, con la sua lun­ga scia pro­trat­ta nel 2023, che riu­nisce in sé tan­to i seg­ni di un’e­poca deca­dente, quan­to lo sta­to d’an­i­mo in essa sedimentato.

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Dunque, sor­volan­do ogni dis­cor­so pura­mente sporti­vo cir­ca le poten­zial­ità od i lim­i­ti dell’operazione che ha por­ta­to Lewis Hamil­ton a fir­mare per il 2025 un con­trat­to 2+1 con la Fer­rari, ad essa va riconosci­u­to il mer­i­to di aver saputo viv­i­fi­care i sog­ni di un ambi­ente che ave­va pian piano com­in­ci­a­to a dif­fi­dare del futuro.

Sem­pre tenen­do­ci al mar­gine di pre­vi­sioni, o anal­isi analitiche cir­ca l’in­dub­bia effi­ca­cia com­mer­ciale del mat­ri­mo­nio tra la macchi­na più icon­i­ca del panora­ma auto­mo­bilis­ti­co sporti­vo ed il pilota più vin­cente e medi­ati­ca­mente espos­to nel­la sto­ria del­la For­mu­la 1, il grande val­ore di questo trasfer­i­men­to risiederebbe in un popo­lo a cui è sta­ta ricon­seg­na­ta l’idea che l’avvenire pos­sa san­cire una frat­tura con l’e­poca di delu­sione trascor­sa, ed inau­gu­rarne, così, una ven­tu­ra di seg­no oppos­to. È questo il deside­rio che ora i fer­raristi vedono incar­nar­si nel­la figu­ra del pilota bri­tan­ni­co: il por­ta­tore di un tem­po nuo­vo per la pro­pria storia.

È qui, allo­ra, che avver­ti­amo l’e­si­gen­za di smorzare l’eccitazione per il gus­to del­la novità e por­ci deter­mi­nan­ti ques­tioni. Met­ten­do da parte gli aspet­ti fiabeschi, e forse fuor­vianti, di ques­ta avven­tu­ra — la sto­ria del fan­ci­ul­lo innamora­to del­la Rossa, e tut­tavia dis­pos­to a sposar­la solo per fug­gire la crisi Mer­cedes — è nos­tra inten­zione con­cen­trar­ci qui su una dimen­sione che potrem­mo definire simbolico-culturale.

La speci­ficità del­la Scud­e­ria di Maranel­lo è, anco­ra, quel­la di cus­todire un resid­uo in gra­do di inter­rompere la tar­da moder­nità del nos­tro pre­sente stori­co, e dunque delle nos­tre vite, per mostrare una via altra alla vit­to­ria, ricon­ducibile all’e­poca anti­ca delle corse. Vi è una forte valen­za sim­bol­i­ca, anco­ra oggi, spri­gion­a­ta dal mar­chio Fer­rari, che — get­tan­do via le vol­gar­iz­zazioni di chi pen­sa di poterne cogliere il nucleo con cat­e­gorie esteti­co-borgh­e­si quali lo sfog­gio del lus­so, l’e­si­bizione di sta­tus, il pro­gres­so tec­no­logi­co come uni­co motore — si esplici­ta, vicev­er­sa, ripor­tan­do a gal­la le cifre fon­da­men­tali di quell’#essereFerrari, spes­so, a spropos­i­to, evo­ca­to e stravolto.

Una via altra, prove­niente dal pas­sato, dice­va­mo, sì, l’essere Fer­rari a cui diven­ta impos­si­bile approssi­mar­si, in modal­ità aut­en­tiche, sen­za assumere come pun­to di vista l’espressione cul­tur­ale di tale sogget­tiv­ità, la for­ma-di-vita da essa pro­pos­ta: ser­bare nel­l’e­sisten­za l’An­ti­co del Mod­er­no, quel­la moder­nità auro­rale in prin­ci­pio non occu­pa­ta dalle suc­ces­sive dis­tor­sioni. Ci tro­vi­amo, dunque, a ricer­care nel val­ore sim­bol­i­co di un mar­chio, non il mero val­ore del fet­ic­cio, ben­sì la sin­te­si di una Kul­tur con­tin­u­a­mente innes­ta­ta su cat­e­gorie intime alla vita.

Rac­chiusa nel­la sto­ria, nel­la tradizione, del mar­chio Fer­rari, tro­vi­amo una cul­tura, un pat­ri­mo­nio spir­i­tuale, in cui le cifre fon­da­men­tali di quel­l’essere pocanzi nom­i­na­to, sono illu­mi­nate da cat­e­gorie di cre­ativ­ità, pas­sione, azzar­do, sog­no, trage­dia. Il pro­fon­do legame fra la vita e gli ele­men­ti car­dine del­la cul­tura Fer­rari, un nes­so dis­solto nell’ethos del­la tar­da moder­nità, ci aiu­ta a chiarirne la speci­ficità in un mer­ca­to di pro­poste uni­forme­mente seg­na­to dal­la fal­sità dei sim­boli, dove, cioè, le trac­ce di vita sono già state sus­sunte da pro­ces­si di estraneazione e mercificazione.

In una bel­la rispos­ta Enzo Fer­rari disse:

“Se qual­cuno mi dice: «Tu sei Enzo Ferrari»mi scap­pa da rid­ere. No, dico, sono uno che ha sog­na­to di essere Ferrari”.

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La Fer­rari abi­ta il mer­ca­to, si sporca le mani, e tut­tavia, — qui l’ec­cezion­al­ità rispet­to ad altri marchi — la sua sto­ria nel mon­do delle corse, che è poi sto­ria di uomi­ni e piloti, l’ha resa così vic­i­na alla mate­ria vitale, il sog­no, da con­sen­tir­le la com­po­sizione di una orig­i­nale Kul­tur, inas­sim­i­l­abile, per­ché rad­i­cal­mente dif­fer­ente dalle pro­poste dom­i­nan­ti. Stan­do den­tro, la Fer­rari, è simul­tane­a­mente rius­ci­ta a man­tenere un fuori.

Ma dunque, come può rius­cire la con­cil­i­azione di un pro­fi­lo iper-attuale come quel­lo di Hamil­ton, tut­to inser­i­to, esisten­zial­mente e cul­tural­mente, all’in­ter­no di un’epoca di cui la Fer­rari, invece, rap­p­re­sen­ta, anco­ra, una con­tro-parte? Non si trat­ta di irrigidirsi nel­l’i­den­tità chiusa e nos­tal­gi­ca di ciò che è sta­to, ma di con­tin­uare arden­te­mente a desider­are il futuro, solo non ces­san­do di esprimere una forza autono­ma, dis­deg­nan­do, cioè di pren­dere a presti­to la mati­ta degli altri.

Non inseguire i mod­el­li ege­moni per “piaz­zarsi”, piut­tosto, riat­tual­iz­zare lo stile del­la pro­pria tradizione, anco­ra ric­ca di energie protese in avan­ti. La Fer­rari è in cer­ca di un “tem­po nuo­vo”, abbi­amo det­to, come tante altre volte è cap­i­ta­to, tut­tavia, ora, la direzione pare essere quel­la di rin­un­cia­re al pro­prio speci­fi­co modo di essere, alla pro­pria inat­tual­ità, quel­la che in pas­sato, lon­tano da logiche inte­gral­mente eco­nomi­ciste, ave­va por­ta­to nel­l’az­zar­do, nel­la creazione ex novo di alter­na­tive, a trovare il var­co salvifico.

È una scud­e­ria stan­ca e povera di idee, sub­al­ter­na e lon­tana da sé, quel­la che sceglie la vet­ri­na Lewis Hamil­ton, uomo-tipo di questo mon­do, per tornare a dire la sua: una Fer­rari in cui l’inizio di una nuo­va fase coin­cide con l’as­sun­zione di vie altrui, non pro­prie, prodot­to di un ver­tice azien­dale scon­nes­so dal­la base e dal­la tradizione, ma una Fer­rari inter­es­sa­ta alla pista come mez­zo com­mer­ciale, e dis­tac­ca­ta dal­la pista come fine ulti­mo, smette di essere Fer­rari. Vi è la sen­sazione, in sin­te­si, che si stia pro­muoven­do un per­cor­so di allon­tana­men­to dalle corse in auto­mo­bile intese nel sen­so di un irri­n­un­cia­bile aneli­to alla vita.

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Nel­l’in­ten­zione di immet­tere novità, il grande ris­chio del­la Rossa impeg­na­ta nel­l’af­faire Hamil­ton, è quel­lo di obliare i suoi trat­ti carat­ter­is­ti­ci, al di là dei risul­tati che saran­no o meno con­se­gui­ti. Ricor­diamo sem­pre che la Fer­rari è quel­la “cosa” per cui il più ama­to di tut­ti non ha vin­to nem­meno un tito­lo, ma sape­va volare.

L’ “uomo nuo­vo” che, introdot­to dal­l’ester­no, con­dur­rebbe alla rinasci­ta, è dif­fi­cile che pos­sa essere l’uo­mo del pre­sente, al tra­mon­to del­la sua car­ri­era — l’uo­mo-brand. Vi è, spes­so, e spe­cial­mente in epoche di stasi come ques­ta, molto più futuro nelle trac­ce del­l’An­ti­co, che nei giro­ton­di del contemporaneo.

E le trac­ce di Anti­co, in Fer­rari, sono già deposi­tate fra le note di un nome d’Oltralpe.

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