Grazie ai dati di telemetria raccolti nel momento esatto in cui Charles sopravanza Perez negli ultimi chilometri del Gran Premio Las Vegas, ci è concessa la possibilità di introdurci a quel che tale manovra dispiega sotto i nostri occhi: la zona artistica della guida. Nei furiosi 7G di decelerazione stimati da FormulaPassion.it, troviamo espressa, oltre il puro dato, tutto il talento del pilota Ferrari, una natura costantemente esposta al coraggioso azzardo, materia creativa con cui solamente il genio può sconvolgere l’ordinario e stupire il mondo.

Sono pas­sati già dei giorni, l’ebbrezza pro­fusa dal­la istan­ta­neità delle immag­i­ni dovrebbe ess­er scivola­ta via lun­go la gob­ba del­la nos­tra iri­de, come dai nos­tri cor­pi scivolano via gli ecces­si dei fil­tri colati nelle not­ti di cui non si può rac­con­tare. Eppure res­ta quan­to mai dif­fi­cile affran­car­si dal­la ver­tig­ine di stu­pore deposi­ta­ta in noi dal­la manovra di sor­pas­so com­pi­u­ta da Charles Leclerc nel giro con­clu­si­vo del Gran Pre­mio di Las Vegas. Quel­la visione con­tin­ua a coin­vol­ger­ci sen­za tregua, non smette di rapire i nos­tri pen­sieri e le nos­tre emozioni, per unifi­car­li e con­durli ver­so la foce di una sola doman­da: da cosa trae orig­ine lo stra-ordi­nario?

Ci tro­vi­amo allo­ra qui, soc­cor­si dai dati anal­iz­za­ti dal­la tes­ta­ta ital­iana FormulaPassion.it, per tentare di dare una rispos­ta mis­ura­bile, “ogget­ti­va” alla nos­tra ques­tione: ma la parafrasi di una poe­sia è qua­si sem­pre del­la poe­sia un inde­boli­men­to, se col suo ausilio si pre­tende di “risol­vere” una vol­ta e per tutte l’opera cui ci riv­ol­giamo.  Allo stes­so modo, total­mente inghiot­ti­ti dal­la fame di spie­gare con cri­teri di ogget­tiv­ità, rischierem­mo di perdere di vista la cosa stes­sa del nos­tro stu­pore — o peg­gio, di fare dell’analisi un’autopsia.

Ph. Scud­e­ria Fer­rari Press Office ©

Ma quel sor­pas­so del pilota mon­e­gas­co è cosa viva ed al pari di un’opera d’arte anco­ra pul­sante meri­ta di essere trat­ta­ta. Il che non vuol sig­nifi­care buttare a monte qual­si­asi stru­men­to di anal­isi ogget­ti­va, quan­to piut­tosto delim­i­tar­lo nei con­fi­ni di un’utile intro­duzione ver­so i più pro­fon­di nuclei che l’opera (il sor­pas­so) dis­chi­ude. Cosa sono — con ed oltre la teleme­tria — quei cen­timetri guadag­nati, bre­vi come un’intensa pen­nel­la­ta di col­ore su tela, quei dec­i­mi di sec­on­do, petali di tem­po strap­pati allo scor­rere delle lancette, in cui l’arte del­la gui­da drib­bla l’ingegneria e la meccanica?

Ecco, che allo­ra, la rispos­ta alla nos­tra doman­da cir­ca l’origine del­lo stra-ordi­nario non deve essere ricer­ca­ta ana­liti­ca­mente nei puri dati di veloc­ità, fre­na­ta e decel­er­azione, che dis­tin­guono la manovra di Leclerc da quel­la di Perez, in un con­fron­to fra sin­gole unità numeriche, quan­to nel fram­mez­zo dis­pos­to tra le linee rap­p­re­sen­ta­tive l’azione di Leclerc e quel­la del pilota mes­si­cano. È nel luo­go di quel fram­mez­zo, dove si con­suma la dif­feren­za tra i dis­allinea­men­ti delle linee rosse e blu, che tro­va orig­ine e dimo­ra lo stra-ordi­nario: ossia la zona artis­ti­ca in cui il pilota crea l’opera.

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È questo uno spazio-aper­to, in cui la ver­ità dell’opera d’arte scon­quas­sa il vigente e diven­ta isti­tuzione, cri­te­rio e legge del reale: così come questo sor­pas­so com­pi­u­to dal genio di Charles Leclerc, nelle melme di una sta­gione avara di emozioni, è tor­na­to a sot­trarre dal nascondi­men­to, istituen­dola nell’atto, la ver­ità più inti­ma alle corse: la prossim­ità fra la creazione ed il peri­co­lo.

Se nell’epoca con­tem­po­ranea la zona artis­ti­ca del­la gui­da è anda­ta via via restrin­gen­dosi per un incre­men­to del­lo svilup­po tec­no­logi­co, por­tan­do mezzi e piloti sem­pre più vici­ni ai lim­i­ti fisi­ci delle prestazioni, squar­ci di poe­sia come questi dovreb­bero ren­der­ci ancor più con­sapevoli del­la fulgi­da caratu­ra del mon­e­gas­co, deposi­tario di una smisura­ta dose di tal­en­to. La zona artis­ti­ca dis­chiusa dal suo fare dovrebbe, cioè, schiarire defin­i­ti­va­mente il nos­tro sguar­do sul­la dif­feren­za di cui è por­ta­tore questo pilota. La ten­sione ver­so lo stravol­gi­men­to dell’ordinario, dunque, accade in lui come il più inna­to dei movimenti.

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In una forza di decel­er­azione supe­ri­ore ai 7G, allo­ra, a stupir­ci non è tan­to, o non solo, il val­ore sti­ma­to, quan­to il suo intro­dur­ci alla incli­nazione pro­pria, irriducibile, di Charles: credere, sen­za sos­ta, nel­la pos­si­bil­ità di sovver­tire il con­sue­to ordine di cose con un azzar­do di cui è il solo a poterne indov­inare la trai­et­to­ria, men­tre dal­la sin­is­tra del pet­to, si fan­no stra­da lun­go le pupille sgranate, rami rossi di pas­sione come rossa bril­la la sua Ferrari.

Per sag­gia­rne ancor più la qual­ità, l’indiscrezione del nos­tro occhio mod­er­no, dise­d­u­ca­to al fon­do oscuro del vis­i­bile, avrebbe volu­to pro­fanare con una tele­cam­era anche il seg­re­to cus­todi­to fra i pie­di del fer­rarista durante l’azione di sor­pas­so, instau­ran­do un con­fron­to imme­di­a­to, qua­si obbli­ga­to dall’istinto, con la sam­ba dan­za­ta dai mocassi­ni di Ayr­ton Sen­na a bor­do del­la Hon­da NSX sul trac­cia­to di Suzuka.

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Eppure, prob­a­bil­mente, non sarebbe sta­to molto di più quel­lo che avrem­mo potu­to cogliere, per­ché il genio pro­duce sì mod­el­li, la cui legge res­ta tut­tavia nascos­ta ad ogni scienza:

“New­ton avrebbe potu­to mostrare tut­ti i pas­si che egli ave­va dovu­to com­piere, dai pri­mi ele­men­ti del­la geome­tria fino alle sue gran­di e pro­fonde scop­erte, non solo a se stes­so, ma anche ad ogni altro, in modo tale che ognuno potesse riper­cor­rerli: ma nes­sun Omero o Wieland può indi­care come si pro­d­u­cano e si com­pongano nel­la pro­pria tes­ta le loro idee ric­che di fan­ta­sia e nel­lo stes­so tem­po di pen­siero, dal momen­to che egli stes­so non lo sa. Allo­ra il genio con­siste pro­pri­a­mente in quel felice rap­por­to che nes­suna scien­za può spie­gare e nes­suna dili­gen­za può far impara­re. Genio è un tal­en­to per l’arte, non per la scienza”.

 (Immanuel Kant — Crit­i­ca del­la facoltà di giudizio)

 Con­clu­di­amo, quin­di, non con un elo­gio, ma con un ringrazi­a­men­to a Charles Leclerc. Che con quei lin­ea­men­ti gen­tili da bam­bi­no e la gui­da di furia, par­tori­ta dal suo spir­i­to appe­na la visiera scende ad accarez­zarne lo sguar­do, non smette di ricor­dare la più bel­la “feb­bre” del­la nos­tra vita da appassionati.

 

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