La pole? Un rompicapo

La pole? Un rompicapo

In occasione del Gran Premio d’Italia ritorna la Sprint Qualifying, che come ogni innovazione, porta con sé speranze e discussioni. Del resto, quella delle qualifiche della Formula 1 è una storia tormentata, alla ricerca della soluzione che offra spettacolo, suspense, che diverta e che attiri spettatori paganti. Missione impossibile?


Non era difficile prevedere che l’esordio della Sprint Qualifying a Silverstone avrebbe fatto molto rumore ed avrebbe acceso discussioni molto accese, tra favorevoli e contrari. C’è chi l’ha trovata divertente e chi noiosa, chi ci vede una ventata di freschezza, chi invece considera il nuovo format alla stregua di un grave tradimento dello spirito che sta alla base delle prove ufficiali e della pole position. Del resto, a partire dagli anni ’80, il tema della ricerca del miglior format per le qualifiche si ripropone periodicamente. Senza che sia ancora stata individuata la soluzione ideale.

Dal 1950 fino al 1992, il format del week-end di gara non subisce particolari cambiamenti: prove libere del venerdì al mattino e primo turno di qualifiche nel pomeriggio, prove libere del sabato mattina, qualifiche pomeridiane; alla domenica, warm-up e gara. Nel 1993 viene limitato a dodici il numero dei giri a disposizione dei piloti, tre anni più tardi viene eliminata la sessione cronometrata del venerdì. Lo svolgimento delle qualifiche viene stravolto nel 2003 e, per tre anni, i piloti scendono in pista uno alla volta per il loro giro cronometrato; nel 2005, ci si spinge a considerare non più il miglior tempo, ma la somma dei tempi delle due sessioni di qualifica. Il 2006 segna l’avvento dell’attuale metodo basato su Q1, Q2 e Q3, rimasto sostanzialmente identico nel tempo, con alcune modifiche. Quelle dovute alla variazione del numero di partecipanti, ma, soprattutto, il cambiamento dovuto all’abolizione dei rifornimenti durante i pit stop sono le più importanti, con la decisione di rendere obbligatorio l’utilizzo nel primo stint di gara degli pneumatici usati in Q2, invece di vincolare i team all’uso di quelli con cui si è fatto il tempo del Q3. Per sole due gare, nel 2016, viene proposto e velocemente accantonato, un sistema in cui si elimina il pilota più lento in pista. Riassumendo, dopo oltre cinquant’anni privi di sostanziali modifiche, abbiamo vissuto un ventennio in cui si sono susseguiti ben cinque formati molto diversi tra loro.

Ph. Scuderia Ferrari Press Office ©

Se vogliamo cercare di capire il motivo di questa improvvisa irrequietudine, dobbiamo cominciare ad analizzare il mezzo secolo in cui è cambiato poco o nulla. Anche esaminando documenti dell’epoca, appare chiaro che, fino alla fine degli anni ’70, la Formula 1 è un mondo ancora ingenuamente romantico, spesso ai limiti dell’amatoriale. Un mondo mosso dalla passione, che accoglie molti concorrenti e vetture non sempre all’altezza; un mondo in cui, ai box, si lavora davanti a tutti, senza segreti. Un campionato in cui le griglie di partenza assomigliano più ad allegre e disordinate ammucchiate, in cui si corre su circuiti dotati di infrastrutture non sicure, con gravi rischi per piloti e pubblico. Gli spettatori spesso si raccolgono in zone rischiose, senza adeguate protezioni ed hanno facile accesso a zone che oggi sono quasi inaccessibili, come i box.

La Formula 1 di quell’epoca ricorda per molti versi le serie minori di oggi: pochi mezzi, pubblico contenuto e composto di grandissimi appassionati, media non troppo interessati a coprire l’evento. In un contesto simile, è facilmente intuibile che gli impegni del week-end di gara siano modellati sulle esigenze di chi compete; i mezzi limitati di cui si dispone, rendono fondamentale la sperimentazione sul campo, ed i piloti non possono che gradire il fatto di stare tanto in pista. Allo stesso tempo, sono presenti pochi mezzi d’informazione il cui interesse è limitato e rivolto principalmente alla gara della domenica, mentre il pubblico si adegua senza troppe pretese, godendo della possibilità di vedere le monoposto in azione.

Nella seconda metà degli anni ’70 e nella prima degli anni ’80, le cose cambiano. I piloti cominciano a diventare stelle, i media e le tv sono sempre più interessati, Bernie Ecclestone fiuta la possibilità di fare grandi affari. È l’epoca del “Circus”, il periodo in cui la popolarità della Formula 1 cresce a dismisura, mentre squadre e piloti sono sempre più preparati, usano una tecnologia sempre più avanzata e cominciano ad affinare metodi di lavoro e tattiche via via più sofisticate. L’attenzione ad ogni dettaglio comincia a diventare maniacale, si studia come estrarre il massimo dal proprio mezzo, limitando quello che allora è ancora uno dei problemi tecnici più gravi da affrontare: il rischio di rotture meccaniche. Il pubblico accorre numeroso e disposto a spendere, le televisioni dedicano più spazio al Campionato del Mondo: offrire uno spettacolo avvincente diventa una necessità.

Ecco la prima chiave di lettura: se il focus non è più sulla competizione, ma sullo show offerto, cominciano ad emergere i limiti del format di qualifica. Per esempio, la sessione del venerdì può essere determinante: è sufficiente che il sabato sia piovoso e le condizioni della pista impediscano di migliorare i rilievi cronometrati del giorno prima. Ma all’epoca la tv trasmette solo in casi rarissimi le sessioni del venerdì, per cui può accadere che al sabato spettatori e telespettatori assistano ad intere sessioni in cui non viene completato un solo giro di pista. Anche quando le sessioni si svolgono secondo una normale routine, il tentativo di mandare in pista i propri piloti nel momento migliore, con gli pneumatici nelle migliori condizioni, con poco traffico e limitando l’affaticamento delle parti meccaniche, fa sì che ci siano lunghe fasi delle sessioni con tutte le vetture ai box e, viceversa, momenti di traffico molto intenso. Questa è una tendenza che addirittura viene esasperata, nel corso dei dieci anni successivi: vengono progettati propulsori e pneumatici da qualifica mentre la Federazione cerca di cambiare le regole per limitare i danni di questa evoluzione, senza ottenere il risultato sperato. Il format storico è sempre meno attraente, per il pubblico presente e per le televisioni, così nel 1996 si decide di concentrare le qualifiche in un’unica sessione, tenuta al sabato pomeriggio. Con questa decisione si elimina il problema di possibili variazioni meteorologiche, ma non quello della scarsa spettacolarità: la pista rimane spesso e a lungo vuota, perché i team aspettano che siano gli altri a gommarne le traiettorie.

Da un punto di vista agonistico, questo formato è probabilmente il migliore. A meno di problemi di traffico, il più veloce conquista la pole. Ma se i criteri di valutazione sono differenti, tutto cambia: per il pubblico televisivo e per quello presente in circuito, le lunghe pause con tutte le monoposto ferme ai box, sono una sciagura. Oltretutto, conta sempre di più anche l’esposizione mediatica di ogni team. Gli sponsor pagano per essere inquadrati e, con tutte le vetture in pista contemporaneamente, le squadre più piccole hanno problemi di visibilità perché la della regia privilegia i piloti e le monoposto migliori.

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Show e visibilità, sono la parola d’ordine. Si cambia nel 2003 con questi obiettivi e cercando comunque di premiare il pilota più veloce. Sono questi i motivi per cui si scegli un format in cui ogni pilota fa un giro, affrontando la qualifica da solo in pista. Ritorna la sessione del venerdì, per offrire un momento di competizione agli spettatori di giornata. Le sessioni divise su due giornate ripropongono il problema delle condizioni variabili, per cui nel 2004 vengono concentrate entrambe le sessioni al sabato. Non è l’unico problema: le condizioni in cui ogni pilota effettua il suo tentativo cambiano, anche significativamente, con il passar del tempo ed alterando le prestazioni delle vetture. Oltre a questo, è obbligatorio effettuare la qualifica con il quantitativo di benzina necessario per il primo stint di gara. Si perde il senso della ricerca della massima prestazione sul giro secco, la qualifica diventa un pre-gara tattico. La modifica introdotta nel 2005 peggiora ulteriormente le cose, anche se nasce nel nobile intento di ridurre l’effetto del caso sui risultati. costituisce un altro tentativo per ridurre l’effetto della casualità nei risultati: la griglia viene definita sommando i tempi delle due sessioni cronometrate. L’obiettivo non viene raggiunto, la scelta si rivela impopolare e sostanzialmente, per cui il format viene abbandonato dopo soli sei gran premi, per tornare ad un’unica sessione valida per definire lo schieramento.

In teoria, la scelta del 2003 vuole portare a sessioni piene di attività, per ridurre il fattore fortuna e premiare il pilota più veloce o più costante. Se da un punto di vista teorico questa formula non presta il fianco a critiche, i fatti dimostrano che a fronte di uno spettacolo relativo perché ogni vettura passa una sola volta, in solitudine, le condizioni meteo e del tracciato, diverse per ciascuno, diventano di fondamentale importanza e che non è possibile trovare contromisure ad eventi completamente fuori dal controllo dei team: la fortuna paradossalmente assume un ruolo determinante.

Anche la quantità di carburante è, in tutti i sensi, una zavorra che resiste fino al 2010, quando viene abolito il rifornimento in gara, e quando ormai da quattro stagioni è stato scelto un nuovo format di qualifica: Q1, Q2 e Q3 arrivano nel 2006 e sono ancora in vigore. Ancora una volta l’obiettivo è lo show, non l’equità agonistica: prendendo come fondamento questa seconda, la scelta dovrebbe essere quella di una volta, cioè che ogni pilota è libero di partecipare all’intera sessione di qualifica cercando di classificarsi più avanti possibile; se l’obiettivo sono lo spettacolo e le fibrillazioni degli spettatori, è chiaro che i due tagli danno un contributo molto importante, anche perché impongono a tutti i piloti di girare anche nei primi minuti della sessione. L’obiettivo di questo formato è quello di tornare a premiare il più veloce tra i dieci superstiti, dando però interesse ai primi minuti del turno, visto che si rischia l’eliminazione.

Prima di arrivare alla Sprint Qualifying di questa stagione, assistiamo ad un altro tentativo nel 2016, volto ad aumentare l’azione in pista, ribaltando il senso storico della qualifica: invece di premiare il più veloce di tutti, si eliminano uno alla volta i più lenti. Il disastro fu tale e talmente eclatante che il format venne eliminato dopo due Gran Premi: gli ultimi minuti delle qualifiche, quelli solitamente più importanti ed eccitanti, finivano deserti perché il risultato della pole era già acquisito.

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Nell’ultimo ventennio, offrire uno show appassionante al pubblico è stato il primo obiettivo. Premiare il più veloce è il secondo. Si può sicuramente criticare questa impostazione, ma ormai non è ipotizzabile pensare ad un format che trascuri le esigenze del pubblico e delle televisioni che pagano profumatamente il diritto di trasmettere ogni momento della competizione, neanche per esaltare la competizione in senso stretto mettendo i concorrenti nelle migliori condizioni per esprimersi. In questo senso, l’attuale sistema pare essere il miglior compromesso, ma ha un limite: nella giornata di venerdì non ci sono obiettivi importanti da raggiungere. La qualifica per la Sprint Qualifying diventa un sistema per rendere la prima giornata di attività in pista più interessante ed appetibile per il pubblico, con una tensione in progressivo aumento tra la Sprint Qualifying e il vero e proprio Gran Premio.

Così come è stata presentata a Silverstone, questa nuova idea ha manifestato qualche limite, ma anche il format “regolare”, pur avendo qualità indiscutibili, ha margini di miglioramento: oltre allo scarso interesse del venerdì, in passato, ci ha vissuto episodi e momenti assurdi, da un punto di vista agonistico, come le qualifiche di Monza 2019 o pole decise da bandiere rosse.

Alla fine dei conti, si può anche decidere legittimamente di stravolgere un formato che funziona abbastanza bene, a condizione che i cambiamenti siano ben studiati; si potrebbe pensare anche di migliorare quello che già c’è. Basta che di fronte alle scelte della Formula 1 noi tifosi ed appassionati siamo consapevoli, però, che l’obiettivo principale non è quello della competizione pura, ma quello dello show, come dimostrato dagli ultimi due decenni e che, quindi, è inutile attendersi cose diverse.

Quello che invece è necessario dire, in conclusione, è che in ci sarebbe un altro fondamentale obiettivo da perseguire con determinazione: la semplicità. Troppa complicazione provoca lo stesso risultato di una sessione che va deserta e di complicazioni, di astrusità la Formula 1 è piena. Si pensi alla vaghezza di certe parti del regolamento e alla poca chiarezza con cui vengono prese certe decisioni, si pensi alle sanzioni per irregolarità di team e piloti che arrivano troppo spesso dopo attese troppo lunghe e sono, altrettanto spesso, incoerenti, si pensi a come questo colosso dell’intrattenimento e dello sport abbia affrontato la situazione di Spa, dando l’impressione di un carrozzone allo sbando. Considerata la spasmodica attenzione a fare della Formula 1 uno show, colpisce anche la scelta di lasciare regole che, senza il minimo dubbio, limitano la possibilità di dare vita ad eventi ricchi di sorprese e colpi di scena: il parco chiuso, l’assenza del warm-up, l’impossibilità di adattare la vettura a nuove condizioni meteorologiche e molte altre scelte non particolarmente illuminate e, talvolta, anacronistiche.

Tornando al format delle qualifiche, vedremo quali scelte farà Formula 1, ma è opportuno che tifosi ed appassionati siano consapevoli che il formato perfetto non esiste, che l’aspetto puramente agonistico oggi è in secondo piano rispetto a quello dello spettacolo, che non è pensabile inseguire entrambi gli obiettivi e che quindi qualcosa di imperfetto e che non funziona ci sarà sempre. Certo, sia che si prosegua col formato ormai abituale, sia che si faccia un cambiamento importante, sarà giusto pretendere, più che un rispetto delle tradizioni già calpestato da tempo, che la soluzione sia chiara, semplice e ben calibrata in tutti i suoi aspetti. Sarebbe già un successo e non è scontato che accada.

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