Un titolo mondiale conquistato nel 1992 con la Williams, tanta grinta e voglia di vincere. Lui, è Nigel Mansell, il Leone inglese dei Campioni del Mondo di Formula 1.

Quan­do, nel 1980, Nigel Mansell si pre­sen­tò sul­la sce­na dei Gran Pre­mi, qua­si tut­ti si chiesero per­ché un mito come Col­in Chap­man si van­tasse tan­to di questo sconosci­u­to pilota.  Ci vollero cinque anni per ved­er­lo salire sul gradi­no più alto del podio, ma con la Williams, dove vi era approda­to nell’85 dopo la sua espe­rien­za in Lotus dura­ta 61 Gran Pre­mi e costel­la­ta da ben 35 ritiri.

Di che pas­ta fos­se fat­to vera­mente Mansell si era capi­to nel bel mez­zo del Mon­di­ale dell’84, sul cir­cuito di Dal­las, quan­do, dopo aver con­quis­ta­to la sua pri­ma pole posi­tion con un mar­gine abissale sug­li altri, si rende pro­tag­o­nista di una gara folle, che per metà con­duce difend­en­do stren­u­a­mente la pri­ma posizione. Per il resto, com­bi­na solo guai.

All’ultimo giro, quan­do ormai è in quin­ta posizione, urta il muret­to dan­neg­gian­do il cam­bio, e la sua Lotus si fer­ma a pochi metri dal tra­guar­do. Scende dal­la mono­pos­to e, nel ten­ta­ti­vo di spinger­la fino al tra­guar­do (azione per­al­tro vieta­ta dal rego­la­men­to), sviene per il cal­do. L’analisi del suo week-end, cul­mi­na­to con una sce­na eroica d’altri tem­pi, la dice lun­ga sul suo carat­tere: tenace, impreved­i­bile, com­bat­ti­vo, velocis­si­mo e irrag­giun­gi­bile, ma solo fino a quan­do riesce ad esprimere queste sue qualità.

La sua car­ri­era, con­dizion­a­ta anche da numerosi episo­di sfor­tu­nati, è fat­ta di peri­o­di in cui, sen­za un appar­ente moti­vo, alter­na momen­ti di grande eufo­ria e pos­i­ti­vo coin­vol­gi­men­to ad altri, improvvisi, di pro­fon­do sconforto.

Con­quista la sua pri­ma vit­to­ria a Brands Hatch nell’85, preval­en­do su gente come Sen­na, Piquet e Prost. E la gara suc­ces­si­va, a Kyala­mi, stam­pa la pole e tri­on­fa di nuo­vo. Nel 1986, con una Williams-Hon­da com­pet­i­ti­va, è pro­tag­o­nista di una splen­di­da sta­gione: con­quista cinque vit­to­rie, quan­do può umil­ia in pista la pri­ma gui­da del team Nel­son Piquet e arri­va all’ultima gara per gio­car­si il tito­lo, con un van­tag­gio di 6 pun­ti su Alain Prost e la sua McLaren-TAG Porsche. Lo perderà, per una foratura.

Nato sot­to il seg­no zodi­a­cale del Leone, Nigel Mansell in pista è in gra­do di dare improvvisa­mente la “zam­pa­ta” letale al suo avver­sario. Ama­to dagli appas­sion­ati, soprat­tut­to quel­li bri­tan­ni­ci che lo seguono con un tifo da sta­dio, viene sopran­nom­i­na­to “Il Leone d’Inghilterra”. Per i crit­i­ci, invece, è uno spre­cone, un tut­to cuore-niente cervel­lo. Il suo tem­pera­men­to, quel cor­ag­gio di osare dove gli altri piloti non osereb­bero, sen­za badare a tat­tiche e strate­gie, destano l’interesse di Enzo Fer­rari, esti­ma­tore di quel genere di lot­ta­tori da cor­sa. Il “Grande Vec­chio” lo ingag­gia per il 1989, ma non avrà il tem­po di ved­er­lo con la tuta del Cavallino.

Anche con la Rossa, Nigel Mansell è autore di ges­ta mem­o­ra­bili e fat­ti impreved­i­bili. Vince al debut­to (nonos­tante prob­le­mi al selet­tore del cam­bio semi­au­to­mati­co che la Casa di Maranel­lo per pri­ma por­ta in For­mu­la 1) e vince in Unghe­ria, cir­cuito dai sor­pas­si qua­si impos­si­bili, dove parte dodices­i­mo e va a pren­der­si la tes­ta “sver­ni­cian­do” Ayr­ton Sen­na e la sua McLaren che con­duce­vano la cor­sa, in prossim­ità di un doppi­ag­gio. Nel cor­so degli anni, con il cam­pi­one brasil­iano si ren­derà pro­tag­o­nista di avvin­cen­ti, sem­pre cor­ret­ti, duel­li. Sen­na dichiar­erà che, se Mansell è in gior­na­ta, è l’unico pilota in gra­do di bat­ter­lo. Nel 1990, anco­ra in Rosso, è affi­an­ca­to ad Alain Prost. In Mes­si­co, all’ultima cur­va del penul­ti­mo giro, sor­pas­sa all’esterno la McLaren di Berg­er con una dif­feren­za di veloc­ità impres­sio­n­ante, con­clu­den­do sec­on­do. Afflit­to da rot­ture nei due suc­ces­sivi Gran Pre­mi, al Paul Richard e a Sil­ver­stone, nei quali parte in pole e vede Prost vin­cere, pre­so da un pro­fon­do scon­for­to, a fine gara annun­cia in con­feren­za il suo “irrev­o­ca­bile” ritiro dalle corse a fine sta­gione per dedi­car­si alla famiglia.

Lo si vedrà spes­so sereno, con moglie, figli e il golf, da sem­pre una sua grande pas­sione. Invece, nel 1991, a sor­pre­sa, si schiera con la Williams. Per la pri­ma vol­ta in car­ri­era ha un con­trat­to da pri­ma gui­da. Cinque vit­to­rie e tre sec­on­di posti non gli bas­tano per con­quistare l’agognato tito­lo, che si prende Sen­na. L’appuntamento è rimanda­to di un anno: nove vit­to­rie, tre piaz­za­men­ti d’onore che, final­mente, gli val­go­no la mer­i­ta­ta coro­na iri­da­ta. Poi, pur aven­do già un accor­do con Williams, decide di andarsene in Amer­i­ca per cimen­ta­r­si con le mono­pos­to del­la CART. Il “Leone” vin­cerà anche lì, ma quel­la è un’altra storia.

Con­clu­den­do: per­ché Col­in Chap­man portò Mansell in For­mu­la 1? Per­ché il pilota inglese, nel 1980, ai tem­pi in cui dis­puta­va qualche gara in For­mu­la 2, era sta­to chiam­a­to dal­la Lotus a sostenere un test di veloc­ità a Sil­ver­stone. Il tec­ni­co di pista, Nigel Stroud, gli chiese di provare a girare in 1’14”5. Mansell, che gli ave­va promes­so di dare il mas­si­mo, scese in pista e com­pletò i suoi giri sen­za rice­vere dal muret­to alcu­na infor­mazione. A fine test rien­tra­va ai box.  Scor­ag­gia­to, delu­so, era con­vin­to di aver per­so la sua occa­sione: sen­ti­va che avrebbe potu­to dare di più. Poi, vede­va sul pan­nel­lo il tem­po del suo giro migliore: 1’12”5. Era il record per la Lotus, quell’anno, a Sil­ver­stone. E l’inizio di una car­ri­era che lo porterà ad essere, sino all’ar­ri­vo di Jen­son But­ton e all’avvento di Lewis Hamil­ton, il pilota bri­tan­ni­co più vittorioso.

 

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