Donne e motori, gioie e passioni

Donne e motori, gioie e passioni

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L’8 Mar­zo non è solo una ricor­ren­za. Non è una fes­ta, ma una gior­na­ta per pen­sare. Per questo moti­vo, la nos­tra Beat­rice Fran­gione ed il nos­tro Ful­vio Con­ti han­no deciso scri­vere un arti­co­lo a quat­tro mani, con l’in­ten­to di con­durre i let­tori ad una rif­les­sione attra­ver­so la sto­ria e le loro parole.

Fine degli anni Ses­san­ta. Una nuo­va e riv­o­luzionar­ia visione del­la vita si cosparge a mac­chia d’olio nel­la men­tal­ità glob­ale. La vivac­ità e la lib­ertà si intro­ducono pre­po­ten­te­mente nel­la cul­tura, nell’arte, nel­la moda e nei pen­sieri, men­tre l’immagine fem­minile abban­dona i rig­orosi e spes­so obbli­gati cliché com­in­cian­do a res­pi­rare una nuo­va aria. Nonos­tante l’accostamento don­na-volante in quegli anni sia anco­ra per­va­so da un rad­i­ca­to pregiudizio, la For­mu­la 1 si las­cia trasportare, per alcu­ni aspet­ti, dall’onda del cam­bi­a­men­to. Abban­dona il bian­co e nero in tut­ti i sen­si, per affac­cia­r­si a una realtà piena di sfu­ma­ture, non solo cromatiche.
Nei suoi box mon­di­ali si iniziano a vedere donne alte e bel­lis­sime mostrare indis­tur­bate, e con impec­ca­bile sicurez­za, un’eleganza inna­ta. È così che la pre­sen­za del rosa nel Cir­cus viene asso­ci­a­ta ad un aumen­to di inter­esse per le corse, sem­pre più popo­lari. Mod­elle, fidan­zate o mogli dei piloti che, dietro un perenne sor­riso, celano la costante pre­oc­cu­pazione lega­ta all’imprevedibile e peri­coloso mon­do dei Gran Pre­mi. Per questo moti­vo, tra queste, c’è chi vede nel cronome­trag­gio una piacev­ole dis­trazione. I team di For­mu­la 1, infat­ti, per un cer­to peri­o­do, affi­dano pro­prio a loro la reg­is­trazione dei tem­pi. Sedute nel­la postazione ai box o al muret­to, con sguar­do fis­so sul tra­guar­do, armate di cronometro mec­ca­ni­co, car­ta e pen­na: un lavoro svolto alla per­fezione e con pre­ci­sione, tal­vol­ta perfi­no meglio dei cronometristi uffi­ciali, fino a quan­do la tec­nolo­gia non ha intrapre­so la stra­da del­la rap­i­da evoluzione.Se da una parte c’erano donne che s’interessavano alla For­mu­la 1 come rif­lesso del­la pas­sione incon­dizion­a­ta dei loro amati, dall’altra vi era­no donne che ama­vano la veloc­ità e i motori più di ogni altra cosa. Abbas­sare la visiera, indos­sare una tuta, calar­si in una mono­pos­to e pren­dere il via sul­la griglia di parten­za più impor­tante di tutte, rap­p­re­sen­ta­va il sog­no di una vita. E cer­care di far­si avan­ti in un mon­do scetti­co, non era impre­sa facile. Era l’epoca in cui i cele­bri det­ti sul­la scarsa capac­ità di gui­da al fem­minile ave­vano appe­na pre­so piede.

Maria Tere­sa De Fil­ip­pis è la pri­ma a provar­ci: nel 1958, si qual­i­fi­ca sen­za suc­ces­so a Mona­co, in Bel­gio arri­va ulti­ma al tra­guar­do, in Fran­cia, a Reims il diret­tore di gara le impedisce la parte­ci­pazione per­ché “l’unico cas­co che una don­na deve indos­sare è quel­lo del par­ruc­chiere”.
Poi, è il turno di Lel­la Lom­bar­di. A lei l’onore di essere l’unica ad aver con­quis­ta­to pun­ti mon­di­ali, anzi, un mez­zo pun­to, nel Mon­tjuich del 1975. Pro­motrice del “non mol­lare mai”, si è sem­pre mostra­ta con­traria all’intenzione di vol­er creare due cam­pi­onati dis­tin­ti per uomi­ni e donne. Div­ina Gal­i­ca sfi­da la sorte sfog­gian­do sen­za tim­o­re il numero 13 sul­la livrea. Arri­va in For­mu­la 1 nel 1976 ten­tan­do e fal­l­en­do la qual­i­fi­cazione per la gara a Brands Hatch; ci ripro­va nel 1978 sia in Argenti­na che in Brasile, ma sen­za suc­ces­so. Nel 1980, anche Desiré Ronald Wil­son non riesce a qual­i­fi­car­si in Gran Bre­tagna. Corre nel Gran Pre­mio sudafricano dell’anno seguente, poi can­cel­la­to per ragioni politiche. Pec­ca­to: pro­tag­o­nista di un’escursione sui prati, riesce a sor­pas­sare veloci col­leghi, tra cui il leone d’Inghilterra Nigel Mansell.

L’ultima don­na pilota del­la For­mu­la 1 è Gio­van­na Amati, che nel 1992 è sec­on­da gui­da uffi­ciale in Brab­ham. Sfor­tu­nata­mente, a causa del­la sua poca espe­rien­za e del­la scar­sità del­la vet­tura, viene sos­ti­tui­ta da Damon Hill. Da quel momen­to, il nulla.

Solo recen­te­mente, il 10 otto­bre del 2018, è sta­ta pre­sen­ta­ta la W Series, la cat­e­go­ria cre­a­ta apposi­ta­mente per rispon­dere alla mas­s­ic­cia man­can­za di donne nel Motor­sport, soprat­tut­to ai mas­si­mi liv­el­li. Oggi, si può dire che in molte lavorino nel mon­do dei motori. E questo, non vuole essere un rifer­i­men­to a chi ha fat­to del­la pro­pria immag­ine una pro­fes­sione. Non è un rifer­i­men­to alle mod­elle di bel­la presenza.
Ma lo è su chi ha investi­to tut­ta sé stes­sa in una realtà, come quel­la del­la For­mu­la 1, in cui sem­bra­va impos­si­bile far­lo. Come mec­ca­ni­co, come ingeg­nere, come uffi­cio stam­pa, come life coach, come gior­nal­ista prepara­ta anche di fronte a qual­si­asi impre­vis­to. Per­ché la capac­ità, la com­pe­ten­za e la pro­fes­sion­al­ità non han­no lim­i­ti. Ma soprat­tut­to, non han­no genere.

La Gior­na­ta inter­nazionale dei dirit­ti del­la don­na ricorre l’8 mar­zo di ogni anno per ricor­dare sia le con­quiste sociali, eco­nomiche e politiche, sia le dis­crim­i­nazioni e le vio­len­ze di cui le donne sono state e sono anco­ra ogget­to in qua­si tutte le par­ti del mondo.

Nel­la sto­ria, la don­na è sta­ta trat­ta­ta quale mer­ce di scam­bio, se si pen­sa ad esem­pio alla trat­ta degli schi­avi e delle donne strap­pate dalle loro terre, per essere depor­tate nel nuo­vo mon­do, l’Amer­i­ca, o di dote per il mar­i­to, come accadu­to per qua­si due mil­len­ni in Europa, dove la don­na, per essere appetibile, dove­va portare una cer­ta dote eco­nom­i­ca, di cui non ave­va un pos­ses­so diret­to e nes­sun dirit­to di utilizzo.

Bisogna ricor­dare la sep­a­razione delle clas­si sco­las­tiche, per­ché si pen­sa­va, erronea­mente, che le donne non fos­sero suf­fi­cien­te­mente intel­li­gen­ti rispet­to alle capac­ità men­tali del­l’uo­mo. La stes­sa Europa che resp­inge­va l’idea di avere Maria Salomea Skłodows­ka, più conosci­u­ta come Marie Curie, che crebbe nel­la Polo­nia rus­sa, poiché le donne non pote­vano essere ammesse agli stu­di supe­ri­ori. La stes­sa Europa che accolse Maria Salomea Skłodows­ka a Pari­gi, che nel 1891 iniz­iò a fre­quentare la Sor­bona, dove si lau­reò in fisi­ca e matem­at­i­ca e dove, dopo la morte acci­den­tale del mar­i­to Pierre Curie, avvenu­ta nel 1906, le fu con­ces­so di inseg­nare nel­la pres­ti­giosa uni­ver­sità del­la Sor­bona e due anni più tar­di le venne asseg­na­ta la cat­te­dra di fisi­ca gen­erale, diven­tan­do la pri­ma don­na ad inseg­nare alla Sor­bona. Una stra­or­di­nar­ia don­na, capace di essere tra le sole quat­tro per­sone ad avere vin­to più di un Nobel. La stes­sa Europa, che nel­l’es­tate del­l’an­no 1896 sco­pre Mil­e­va Mar­ić, che superò l’e­same di ammis­sione al Politec­ni­co di Zuri­go come uni­ca don­na pre­sente assieme a solo altri quat­tro ragazzi, tra i quali c’era Albert Ein­stein, suo futuro marito.

Riflet­ti­amo inoltre sul fat­to che da allo­ra, da quel pas­sato che sem­bra tan­to dis­tante, ma è così vici­no, le donne pos­sono possedere immo­bili, gestire denaro per­son­ale, acquistare in com­ple­ta lib­ertà beni mate­ri­ali e servizi per la salute e la bellez­za, ma soprat­tut­to pos­sono denun­cia­re una vio­len­za, cosa che fino a pochi decen­ni fa non era pos­si­bile fare, poiché era addirit­tura toller­a­to il con­tat­to fisi­co e la molestia.

Queste con­dizioni estreme non si sono però mai man­i­fes­tate nel Motor­sport, ad eccezione di qualche rara eccezione, che per altro han­no sem­pre avu­to una stret­ta cor­re­lazione con il peri­o­do sociale e con una soci­età che in set­tan­t’an­ni si è evo­lu­ta pos­i­ti­va­mente, e che tan­to sta facen­do per con­tin­uare a far sì che gli errori del pas­sato non si ripetano. Allo­ra invi­to le let­tri­ci, e i let­tori, a riflet­tere pro­prio sul­l’aper­tu­ra men­tale che il Motor­sport ha sem­pre avu­to nei con­fron­ti del­la don­na, anche quan­do i suoi dirit­ti era­no tut­t’al­tro che ovvi e scontati.

La don­na, ad esem­pio, ha avu­to un ruo­lo fon­da­men­tale nel­l’in­dus­tri­al­iz­zazione auto­mo­bilis­ti­ca, dove viene gen­eral­mente ret­ribui­ta al pari del­l’uo­mo.La don­na è sta­ta gui­da­trice di auto­mo­bile e pilota ancor pri­ma del­la nasci­ta del­la For­mu­la Uno, e suc­ces­si­va­mente madre, moglie o amante di quegli uomi­ni tan­to pazzi da vol­er met­tere in gio­co la pro­pria vita per­ché attrat­ti dal ris­chio, dal­la sen­sazione di supre­mazia, in una soci­età all’e­poca patri­ar­cale e forte­mente maschile.

Il ses­san­tot­to, accom­pa­g­na­to dal­l’in­gres­so degli spon­sor nel Motor­sport, ha trasfor­ma­to il ruo­lo del­la don­na in For­mu­la Uno, dap­pri­ma gen­tile ed aggrazi­a­ta, a immag­ine di bellez­za nel­la lib­ertà del­la scelta del pro­prio des­ti­no, in Europa pri­ma che in Italia, dove il con­cet­to non è mai sta­to del tut­to com­pre­so. E quin­di, dal­la stra­or­di­nar­ia moglie di Loren­zo Ban­di­ni, o la madre di Gian­car­lo Baghet­ti, esem­pi di donne ele­gan­ti, uniche e dal­l’an­i­mo gen­tile ma inscal­fi­bile, si è pas­sati a fan­ci­ulle graziose e dai trat­ti dol­ci, tal­vol­ta non più mogli né madri, ma com­pagne di vita o di una notte, per­ché libere di decidere in base ai pro­pri pen­sieri e sen­ti­men­ti. Per­ché la loro dote non era più eco­nom­i­ca, ma morale e sociale.

E allo­ra si è potu­to ammi­rare donne ele­gan­tis­sime come Nina, accom­pa­gnare il pro­prio uomo scel­to e non impos­to, e si è potu­to godere del­la pre­sen­za di mer­av­igliose fan­ci­ulle nei box pronte a con­ced­er­si quali cronometriste, pur di ammi­rare da vici­no questi affasci­nan­ti uomi­ni dotati di cor­ag­gio, basette e capel­li lunghi. E lenta­mente, pas­san­do attra­ver­so il peri­o­do delle splen­dide mod­elle pre­sen­ti sui ret­ti­linei di parten­za, si è arrivati alle prime donne ingeg­nere, come l’i­tal­iana Anto­nia Terzi, che nel 2004 diviene capo-prog­et­tista nel glo­rioso team Williams, e alle prime donne mec­ca­ni­co ai box.

A dimostrazione che le donne sono dotate di capac­ità stra­or­di­nar­ie. Ma ciò su cui bisogna riflet­tere, pren­den­do spun­to sem­pre dal Motor­sport, un luo­go che per cer­ti ver­si potrebbe perfi­no essere pre­so come pre­cur­sore, è il fat­to che l’uo­mo delle donne non può cer­to farne a meno. Tan­to si è fat­to, e tan­to si farà, ma è impor­tante far­lo bene, dis­tinguen­dosi per genere ma non per dirit­ti, che devono con­tin­uare ad essere inalienabili.

Quin­di non pen­si­amo che una don­na non pos­sa sop­portare lo stress fisi­co di un’au­to­mo­bile da cor­sa, dato che abbi­amo manda­to nel­lo spazio più di un’as­tro­nau­ta don­na. E in un’as­tron­ave sono pre­sen­ti forze grav­i­tazion­ali di gran lun­ga mag­giori rispet­to a un’au­to­mo­bile da cor­sa. Non pen­si­amo che non pos­sano prog­ettare auto da cor­sa, per­ché lo han­no già fat­to. Non pen­si­amo che non pos­sano montare un motore, per­ché già san­no come uti­liz­zare gli attrezzi.

E non pen­si­amo che questo non pos­sa comunque portare le donne a sen­tire un giorno il bisog­no di essere madri, per­ché è loro natu­ra al pari del­la sen­sazione di sen­tir­si libere di esprimer­si e di mis­urar­si con il mon­do, dimostran­do a sé stesse che non ci sono lim­i­ti che il genere umano, indipen­den­te­mente dal­la gen­er­al­ità, non pos­sa rag­giun­gere. Fonti ONU invi­tano ad oper­are affinché nel mon­do si pos­sa rag­giun­gere una effet­ti­va par­ità di genere entro il 2030; io invi­to il let­tore e le let­tri­ci a riflet­tere, trovan­do le soluzioni affinché questo tra­guar­do pos­sa giun­gere anche prima.

E per­ché no, anche attra­ver­so il nos­tro ama­to Motorsport.

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1 Comment

  1. Com­pli­men­ti a Beat­rice Fran­gione per l’ar­ti­co­lo, scrit­to molto bene e ric­co di con­sid­er­azioni impor­tan­ti. Non conosce­vo ques­ta gior­nal­ista che bat­te molte sue col­leghe per preparazione sul tema auto­mo­bilis­ti­co e cultura.
    Bel­lis­si­ma la foto di Jochen Rindt con la moglie Nina. Bel­la scelta.

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