Analisi GP del Giappone: Scuderia Ferrari

Analisi GP del Giappone: Scuderia Ferrari

Il GP del Giappone? L'ennesimo specchio di una stagione che (ancora) poteva essere e che invece non è. L'ennesima lezione. Da imparare, in ottica 2020.


C’era curiosità dopo il GP di Russia. L’esito del week-end sul Mar Nero era stato in definitiva poco gratificante, ma ad attirare l’attenzione di tifosi e addetti ai lavori era stata la prestazione di Sochi, sorprendente da un lato e ultima puntata di una serie di eccellenti gare. Suzuka non era attesa come prova particolarmente favorevole alle rosse, ma si diceva così anche dei due precedenti Gran Premi nei quali fatti avevano smentito le previsioni pessimistiche che le avevano precedute. La prima giornata di prove libere di questo week-end è stata probabilmente vissuta da tutti i team con la tensione e la pressione di una prova senza appello, considerato l’imminente arrivo del tifone Hagibis. Non si sarebbe provato al sabato, le qualifiche spostate alla domenica mattina: era determinante trovare subito un pacchetto performante, purtroppo per le Ferrari, le impressioni dopo le prove libere erano negative sotto tutti i punti di vista, in particolare per quanto riguardava il passo gara. Come è accaduto spesso nel corso del campionato, anche a Suzuka c'è stata una sensibile differenza tra la versione del venerdì, rosso scialbo, e quella molto più brillante che emerge da qualifiche e gara. Così, il Sol Levante regala una bella sorpresa ai coraggiosi che scelgono di svegliarsi nel pieno della notte italiana: la Ferrari è in forma strepitosa, Sebastian Vettel conquista una maestosa pole position e Charles Leclerc completa una prima fila tutta rossa. I distacchi dalle Mercedes e da Verstappen sono notevoli e l’attesa per la gara diventa fibrillazione. Tanto maggiore è l’aspettativa, tanto più grande è la delusione quando le cose vanno male. La delusione del popolo ferrarista, dopo i primi venti secondi di gara, è enorme. Vettel si muove prima dello spegnimento dei semafori, ma per fortuna si ferma in tempo per non far scattare i sensori: per questo motivo il suo avvio è lento, ne approfitta con scaltrezza Bottas, ma almeno Sebastian non incorre in un drive through che avrebbe posto fine a qualunque ambizione di buon risultato; di fianco al tedesco, Leclerc parte male, viene attaccato da Hamilton e da Verstappen che lo sorpassa all’esterno alla Spoon: in uscita Charles ha uno scatto verso sinistra, colpisce la Red Bull, il contatto causa danni irreparabili a Max e la necessità di una sosta alla Ferrari numero 16. Leclerc rimonterà poi fino al sesto posto (diventato poi settimo per le penalità assegnate dopo la gare), Vettel invece rimane a sandwich tra le due frecce d’argento sostanzialmente per tutta la gara, riesce a difendersi nonostante il passo delle vetture di Brackley sia irresistibile come dimostrato nelle prove libere e, negli ultimi giri, riscatta almeno parzialmente l’errore iniziale resistendo agli attacchi di un Lewis Hamilton dotato di gomma soft più fresca, arrivando così secondo.

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Dunque, si parla delusione. Ma è giusto soffermarsi sugli episodi negativi del GP del Giappone, evidenziare le sbavature che oggettivamente ci sono, finendo per oscurare e far dimenticare non pochi aspetti positivi. Innanzitutto, le Mercedes imprendibili sul passo gara qualche mese fa avrebbero rifilato un distacco abissale alle rosse, ed un secondo posto sarebbe stato un’utopia, altro che rammarico per la vittoria mancata. Il recupero prestazionale delle Ferrari è una realtà, non può essere dimenticato e si fonda su un motore superbo che ha permesso a Vettel di difendersi sui rettilinei di Suzuka dalla furia di Hamilton. Non è sufficiente, il team campione del mondo ha ancora le monoposto più forti, ma il distacco si è ridotto.

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Il recupero è più evidente in qualifica, meno in gara. Non è facile individuare una motivazione unica e chiara: si può probabilmente ipotizzare che, nonostante i miglioramenti di cui parlavamo, non sia stato possibile eliminare le caratteristiche che hanno portato la SF90 ad essere macchina difficile sin dalla sua nascita, che la stabilità e la fluidità, che il grip in determinate condizioni di guida siano ancora aspetti su cui la Ferrari paga rispetto alla W10. Queste difficoltà, sul giro singolo emergono meno mentre hanno un impatto significativo alla lunga, per esempio in termini di usura degli pneumatici: man mano che passano i giri il degrado finisce per condizionare le prestazioni.In questo contesto, va evidenziata una novità rispetto agli ultimi anni: nelle stagioni passate, un difetto che affliggeva costantemente le rosse era quello di non essere performanti in prova, a differenza di quello che succedeva in gara; partire dietro, però, impone di recuperare posizioni durante il Gran Premio ed è, molto spesso, una condizione tutt’altro che semplice per ottenere vittorie e podi, ovvero i punti necessari per riportare a Maranello i titoli mondiali team e piloti. Le prestazioni in prova, le pole e le prime file sono, sotto questo punto di vista, un nuovo ed eccellente punto di partenza su cui fondare la rincorsa al primato.

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D’altro canto, le mancanze della vettura impongono tuttora uno sforzo eccessivo ai piloti, che cercano di nasconderne i limiti ed essere comunque competitivi: delle difficoltà di Vettel rispetto al comportamento della SF90 e della sua tendenza a fare “overdrive”, esponendosi ad errori altrimenti inspiegabili (e, non casualmente, diminuiti negli ultimi GP con la vettura più consona per il suo stile) si è abbondantemente parlato; su Leclerc, la cui stagione rimane di eccellenza per un esordiente, probabilmente il giudizio più equilibrato è stato proprio il suo: Charles ha ammesso di essere convinto di dover migliorare nella sua gestione della gara, il fatto che sia lui stesso ad ammetterlo è un ottimo segnale e dimostra che lavorerà per ridurre il numero di errori - anche nel suo caso non pochi durante la stagione - per sfruttare meglio le potenzialità della vettura e le sue, sulla lunga distanza. La questione errori merita qualche parola, perché nel 2019 è diventata un fattore rilevante: gli errori dei piloti e del team hanno pesantemente condizionato la stagione della Ferrari. Tra errori in qualifica di strategia (per esempio Montecarlo, Leclerc), problemi tecnici (Vettel in Germania), errori dei piloti (Leclerc a Baku, Vettel a Monza) e analoghi problemi in gara (a rappresentarli i motori di Sakhir e Sochi) i punti buttati dalle rosse e regalati ai meritevolissimi avversari - che coi se e coi ma non si fa strada - sono tantissimi ed eliminando gli errori più gravi probabilmente i mondiali sarebbero ancora aperti.Nonostante una macchina nata con tutte le difficoltà di cui abbiamo parlato, nonostante le difficoltà dovute alla riorganizzazione dell'area tecnica, senza quegli errori ci sarebbe ancora lotta sul pianeta Formula 1. A maggior ragione, questa è ulteriore conferma della necessità di apportare sì, i giusti correttivi, ma senza fare l’errore di voler stravolgere e ripartire da zero nel 2020. Anche perché per ripartire da un foglio bianco, ci sarà la successiva stagione con il cambiamento delle regole. Si dovrà avere la pazienza di trovare il modo di levigare i difetti della SF90, sfruttarne le doti, ottimizzandone il comportamento e finalizzandolo ad offrire ai piloti una vettura adattabile alle loro caratteristiche e facile da preparare per ogni circuito. Questa è la sfida per Mattia Binotto ed i suoi uomini per la prossima stagione.

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